Galeotto fu quel sabato…

….pioveva a dirotto, ed era anche un triste “sabato del villaggio”. Un cielo plumbeo gravava sulle nostre teste. Quel giorno si presentava ancor più triste della mia anima afflitta e assalita da strane percezioni. Avevo scelto un giorno poco adatto ad affrontare un discorso con Roberto. Ero stanca dei suoi fatidici “domani ne parliamo cara”. Abitavamo insieme da troppo tempo. Quella nostra convivenza era diventata un sicuro porto di mare per lui. Non ricordo bene se erano già trascorsi i fatidici sette anni di matrimonio. Io mi sentivo comunque una moglie a tutti gli effetti ed avevamo saltato il “primo giorno di nozze senza il velo e senza l’Ave Maria di Schubert che mi accompagnava all’altare”. Mi ripeteva che il matrimonio era la “tomba dell’amore” e così si continuava a convivere come lui voleva, evitando sempre di pronunciare la parola “Matrimonio”. Ma quella nostra quotidianità era proprio simile al matrimonio, firmato e consacrato dalla Chiesa e dallo Stato. Mi chiedevo spesso come mai fosse ancora così convinto. Ero sicura che mi amava ancora, Roby era dolce e gentile come sempre, ma quel mattino, uno strano pensiero mi raggelò. Forse avrei dovuto dargli il beneficio del dubbio! Come mai ogni mattino usciva a lavorare prima del solito? Era un dormiglione per carattere, si alzava un pò più tardi del solito, qualche anno prima. Qualcosa non quadrava più.

A volte adduceva motivi contraddittori, incoerenti, per motivare quelle mattine che scappava via di casa perché era “tardi”. Già era tardi! Ma un pensiero mi rincorreva per chiedermi come mai da un pò di tempo, usava “irrorarsi ” di profumo? E dire che non lo gradiva neanche se lo sentiva addosso ad altri. E così vestito del sorriso più bello usciva di casa per andare in ufficio. Ma l’orologio segnava le ore 7 ogni suo mattino o quasi. Sapevo che gli era concesso di tardare, ma da un bel pò di tempo erano troppo assidui i suoi ” ciao a più tardi”.
Ed in fretta varcava la soglia di casa. Covavo nell’animo un sentimento indicibile, quasi di paura. Dissi a me stessa e per più volte, che era ora di chiarire quel rapporto vago, laconico, ma falso come i nostri sorrisi. Dove era finita la “coppia più bella de mondo?” Un giorno in cui mi sentivo pronta per scendere in guerra, decisi di affrontare l’argomento più difficile con la calma più sardonica che potessi avere. Sprezzante e perentoria lo invitai a sedersi.
Deciditi, gli dissi con una calma glaciale. “Questo matrimonio s’ha da fare” oppure chiudiamo questa parentesi sulla nostra convivenza alquanto precaria che mi stai propinando un giorno dopo l’altro. Lo subissavo di avverbi: chi, cosa, come e quando aveva iniziato un altro approccio sentimentale con un’altra donna. Ma lui taceva ostinatamente, con un cinismo che non gli riconoscevo. Una barriera di ferro e omertà. Ripeteva sempre la stessa frase: “non hai nessun motivo di preoccuparti”. Io non sapevo più neanche se era vero ciò che continuava a ripetere: è la donna del capo, dovevo intrattenerla finché non arrivava il suo uomo. Con una forza d’animo che non so neppure io da dove mi veniva, imperversavo, come un imbonitore di masse. Le mie parole scorrevano come un fiume in piena. Dovevo conoscere i suoi intenti. Mi sembrava di vivere le difficolta di Renzo e Lucia, descritte dal Manzoni nel suo libro. Nel mio caso invece, era lui l’ostacolo al matrimonio, non c’era nessun Don Rodrigo che lo vietava. E lui mi ripeteva: “ma se stiamo bene così, perché sposarsi”! All’improvviso mi balenò l’idea di inventarmi che sapevo tutto di lui e di “un altra con la quale era stato visto in quel bar nei pressi di quella Agenzia in cui lavorava. All’improvviso incominciai a vedere sul suo volto un palese disagio che lo costrinse a rispondere in tutta sincerità. E così, annaspando qua e là disse, con una calma cupa e triste come quel sabato del villaggio che l’aveva tradito, sconfitto dalla verità, quella che venne alla luce dopo sette anni d’amore. Soggiogare il mio Roberto, per una donna era piuttosto facile. Vanesio come era bastava poco per sedurlo. Ma era un gioco che lo spingeva a collezionare donne col solo sorriso sulle labbra. Ma galeotto fu quel sabato in cui venne scoperto che usciva dalla casa di una bionda ragazza, bella e appariscente. Ma strappargli questa verità è stato difficile, ma più grave fu il fatto che non mi chiese mai perdono. Per me questo gioco in cui si avventurò fu ed è ancora come uno schiaffo feroce dato ad un fiore, quello dell’amore e della fiducia. Gli altarini ormai erano stati tutti scoperti, ma più che un dialogo il mio fu un monologo, la descrizione di un impero caduto o una fitta al cuore mai cicatrizzata. Nella mia mente i pensieri e i dubbi facevano comunella dando il beneficio del dubbio anche ai santi. Un tarlo aveva messo su casa nel mio cervello di illusa. Oggi regalo benefici del dubbio a tutti. Ora in quel romanzo Manzoniano ci vedo solo una storia irreale, trasognata di una cretina di nome Lucia, e di un Renzo dalle tasche piene dei miei benefici del dubbio. So anche che i miei benefici concessi sono solo cerottini coprenti che non guariscono però le ferite lese vere e.. cocenti. Ero stanca di tutto il silenzio che squarciava il mio avvilente monologo, quando all’improvviso si alzò “ da quella seggiola” così come cantava Cocciante in “Bella senz’anima” e prendendomi le mani mi disse: “scusami! Doveva essere uno scherzo e non una tragedia questa mia iniziativa di festeggiare i sette fatidici anni di matrimonio. A modo mio volevo dirti: SPOSAMI, sei la donna perfetta per me. La migliore, che voglio come moglie”. Smisi di piangere e lo abbracciai forte. Mi asciugai il volto e prima di abbracciarlo gli mollai uno schiaffo che fece un rumore da cinquanta decibel.