GIGGINO E MARIO

 …I nostri giorni più belli erano quelli passati nel Bar della stazione, che spesso io e Mario frequentavamo.  Guardavamo i treni  passare.   Quelli  i pomeriggi  più belli che vestivano i nostri volti di gaiezza e ironia. A quell’ora un treno rallentava  la corsa,  che finiva   sul primo binario.
All’improvviso sbucavano dal finestrino tante facce incuriosite.Non so perché, ma ci guardavano e sorridevano. Mario non faceva altro che raccontare barzellette ad alta voce, rallegrando anche quei pochi astanti che si accingevano a salire  sul treno.
Alcuni passeggeri scendevano da quel treno che per  5 minuti restava lì ad aspettare i soliti pendolari, altri invece scendevano per dissetarsi ad una fontanella tutta in ferro battuto in stile art-  noveau, ,messa lì da tempo immemore da qualche fabbro della zona.
In un  giorno di forte noia escogitammo per scommessa che avremmo fatto di tutto per rallegrare quei volti spenti dalla stanchezza.
Era quasi carnevale, nessuno poteva sottrarsi alla follia fantasmagorica a quelle maschere rabberciate alla meno peggio, e poi il detto era “a carnevale ogni scherzo vale!”. 
Pensammo a come  attirare la loro attenzione. Un modo per animare  quella sonnolenta località. e  quei visi spenti  di stanchezza. In fondo carnevale era alle porte. Nessuno  avrebbe dato troppo peso alla loro estemporanea follia di due bontemponi. In quel pomeriggio di primavera anche le nostre facezie erano gradite come l’arrivo della  nuova stagione, Quel giorno però i “giggini” ne fecero una di troppo ai cari pendolari.
Riempimmo alcune siringhe di inchiostri colorati, poi, mentre il treno riprendeva lentamente la sua corsa Mario ed io, Luigi detto Giggino”, sparammo sulle magliette dei malcapitati viaggiatori con le nostre “pistole” caricate di colori ad acqua. Un gioco che ben presto ci fu restituito, il primo di Aprile, e con i dovuti interessi, perché noi eravamo in due, mentre loro, nel treno, erano tanti di più.
Non era la prima volta che facevamo pazzie senza che fosse giovedì grasso o il primo di aprile.
Ricordo ancora un  giorno in cui il tempo di sosta fu più breve del solito, decidemmo di lanciare nei finestrini aperti super manciate di colorati dolcetti. Vedemmo un corri-corri di gente raccoglierli e ringraziarci per la deliziosa offerta di succulente caramelle e dolcetti al cioccolato e miele. E sì che a quell’ora masticare qualcosa di buono ci stava bene: mentre in Inghilterra si assaporava un buon the, in Italia in quel di San Severo si sgranocchiavano sugosi dolcetti su un trenino a scartamento ridotto.
Non so perché ma sembrava che ci sorridessero divertiti e si che Mario sfornava barzellette di ogni genere. Nella sala d’attesa i soliti quattro pendolari si accingevano solerti a salire sul treno svuotando quella piccola e graziosa stazioncina del mio paese.
Ed ancora ricordo un giorno in cui il tempo di sosta  fu  maggiore del solito, decidemmo di lanciare attraverso i finestrini aperti super manciate di dolciumi vari al cioccolato e miele sfoggiando il nostro sorriso migliore. 
Non so se erano più contenti loro della nostra trovata escogitata dicendoci mille volte grazie oppure noi che sapevamo da dove venivano quei dolcetti: da una farmacia del posto.
I nostri visi erano molto noti ai passeggeri di quel treno ci passava davanti tutti i giorni per portarli alle loro magioni.
Furono tanti i ringraziamenti quel giorno, ma fu l’ultimo perché nei giorni successivi, sempre seduti a quel caffè, sentimmo urlarci contro improperi di tutti i colori. Chissà perché?
Le nostre intenzioni erano innocue,  divertenti e terapeutiche, non volevamo fare del male ma far del bene.  Infatti quel gioco lo riproponemmo per altre due volte, e nessuno impreco tanto come quella volta fatidica che per tre giorni il treno arrivò in stazione con meno pendolari. Quei dolcetti erano degli innocui lassativi e più ne mangiavano più effetto avevano. 
Eravamo solo dei bontemponi senza malizia, insomma due  amici veri  uniti dallo stesso intento , quello di provocare ilarità. Buoni amici per la pelle.
Già! La pelle anche quella portata a casa dopo una bravata  fatta di recente, prima che lui  decidesse di sposare Bice, una  bionda che vestiva di bianco con dei grossi pois rosso fuoco,  che gli faceva sempre le fusa.
Noi amici non più….. “per la pelle“!  Non  volevo accettare l’idea di perdere l’amico di sempre per una bionda svampita.
“Galeotta” fu quella  bravata fatta ai danni di Bice tre giorni prima della cerimonia che fu rimandata perché Bice stette per tre/quattro giorni agli “arresti domiciliari” …… “sul vaso”:  i dolcetti che le avevo regalato per le nozze erano dei forti lassativi.
E non mi preoccupava neppure l’idea che Mario si vendicasse, ma vidi svanire la sua amicizia.
E così  smettemmo di andare in quel BAR della stazione e nessuno ci vide più .
Alcuni si chiedevano dove fossero andati a finire i “Giggini”, diventammo “ i soliti ignoti”.
In poche parole me l’ero cercata.: Mario non mi volle  al suo matrimonio. Senza volerlo avevo fatto di tutto per non essere invitato.
Neppure un bigliettino  di addio. Così partii alla volta di Faenza che mi fece “lavoratore” a vita, mentre Mario ebbe da Bice l’investitura a vita “di marito“.
Quel suo vestito a pois rossi, divenne a righe nere, Ormai  doveva rigare anche lui, e di corsa, perché quel treno Milano-Lecce non aspettava mai dieci minuti come faceva la “Garganica” che doveva lasciare il passo al Milano-Lecce che sfrecciava ogni giorno verso nord e verso sud.
A casa mamma Bice e sei figlioli aspettavano la paga di papà.
Io  Luigi, detto “Gigetto”, solo e senza più amici restai in quel di Faenza. Passeggiavo spesso da solo, nei pressi di quell’antico pozzo di non so quanti lati che sembrava dire: torna al tuo paese. Era come aver scatenato anche l’ostilità di un pozzo medievale, forse dall’impianto esagonale posto nella piazza di quella cittadina romagnola.
These have been my last questions , avuti in quel di Faenza. E addio dissi anche a San Severo, mio suol natio.